La magia della voce

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Larry the Bird Man

photo by Ben Orlansky

http://orlansky.org

Prosegue con Daniele Paganelli la rassegna di interviste su Risonanza Emotiva. Con lui parleremo della…

voce

 

foto daniele

Daniele Paganelli è professore di italiano, cantante, attore, docente. Si è formato per il teatro con: M° Jurij Alschitz (Russia), Rimas Tuminas (Lituania), César Brie (Bolivia); per la musica con: Riccardo Ferrari, Lorena Fontana, Francesca Pedaci e Parenti, Tran Quang Hai, Albert Hera, Roberto Laneri, Amelia Cuni; per il movimento corporeo con: Milton De Andrade, Voorham Benno, Martina La Ragione, Teri J.Weikel, Masaki Iwana. Ha all’attivo molti musical tra cui “Jesus Christ Superstar” nel ruolo di Giuda. Finalista al Festival Nazionale di teatro “Le voci dell’anima” di Rimini, selezionato per il Premio Scenario, presente al Festival Santarcangelo, diverse menzioni al premio Turroni, chiamato al Fringe Festival di Roma. Ha all’attivo numerose registrazioni pubblicate, tra cui gli ultimi 2 album con Stop? per Poci One/Self e Zetafactory/Venus. Ha fondato l’associazione culturale e compagnia Ludovico Van Teatro. Il suo sito personale è:

www.danielepaganelli.com

Daniele che cosa racconta di noi la nostra voce? 

Una persona è in grado di mentire, ma la voce in sé non inganna. Il timbro, l’intonazione, i silenzi, “parlano” in maniera sincera, traducono il vero suono dell’anima di una persona, non soltanto rappresentano, ma piuttosto mostrano ciò che nascondiamo sotto la maschera. Pirandello metteva il fuoco sulla maschere che indossiamo, le convenzioni sociali con le quali dobbiamo confrontarci: la voce è lo specchio di ciò che sentiamo. Quando siamo emozionati la nostra voce non può nasconderlo. La voce è nel lasciare uscire, non per trattenere, si ottiene quando un flusso d’aria si muove dall’interno del corpo al mondo, quando il vento si muove da noi verso gli altri. Senza una buona preparazione però non può che esservi un gesto vocale che non siamo totalmente noi, perciò prima di essere voce, dobbiamo essere respiro. Imparare a respirare è il primo passo per emettere un suono. Senza respiro non v’è suono. L’atto del respiro è la preistoria di ogni voce.

Gli eventi della vita possono modificare la voce? In che modo? E’ un processo irreversibile?

Siamo creati dalla nostra storia. La vita crea vita. La nostra vita inventa la nostra vita. Il passato che ci capita di disegnare segna necessariamente il percorso futuro, poiché cambia ciò che siamo nel presente. Il nostro approccio alle cose cambia a causa di eventi che abbiamo dovuto affrontare. Gli eventi più drammatici solitamente sono quelli che divengono i più importanti per farci evolvere e forse per renderci migliori, in un certo modo più maturi. Credo sia irreversibile poiché ciò che si impara non possiamo dimenticarlo. Possiamo fare finta non sia mai esistito, ma quell’evento, quel segno, quella persona, rimane in noi, latente. Credo sia più saggio accettare ciò che succede, anziché negarlo, e in seguito trasformarlo nell’ennesimo passo del nostro cammino.
Il nostro spirito si modifica grazie all’esperienza. Il corpo si modifica grazie al tempo. Il tempo modifica la voce. La voce è cosa viva, perché è in divenire. Cambia dal mattino al pomeriggio, cambia dopo un riscaldamento, cambia dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua, dopo aver parlato per del tempo, dopo essere stati in silenzio per del tempo, la voce cambia dopo aver visto una persona per noi importante, dopo una discussione, dopo una piacevole serata, anche semplicemente se pensiamo a qualcosa anziché qualcosa di altro. Si possiede una voce prima o dopo aver fatto all’amore.
Esiste poi una voce piena di “non detti”, una voce che non è abituata a parlare, una voce non abituata a un pubblico, una voce infantile, una voce sicura, una voce fastidiosa. La voce che abbiamo da bambini si sviluppa e segna il nostro passaggio con l’età più adulta, una voce che sarà altra da ciò che ascolteremo quando saremo anziani: poiché la voce è nel tempo, attraversa il tempo, e attraverso il tempo si evolve, si muove, si trasforma.
La voce è un corpo vivente, oltre che essere nel corpo vivente. A causa di blocchi emotivi si può persino perdere la voce ed arrivare all’afonia. In quest’ultimo caso però è possibile andare oltre il momento di non-suono, raggiungendo una coscienza di noi, superando i blocchi interiori, si può raggiunge così nuovamente una capacità di aprirci al mondo e perciò di emettere la nostra voce: concediamo a noi stessi di aprire l’io al mondo e di accogliere il mondo in noi. Accettiamo cioè un dialogo tra noi stessi e il mondo, poiché il mondo è intorno a noi.

Perché a volte non ci piace la nostra voce?

Quando si ascolta per la prima volta la nostra voce, in una registrazione, solitamente si percepisce una sensazione sgradevole. Non riconosciamo ciò che ascoltiamo: non siamo noi. Non siamo ancora educati ad ascoltarci con un orecchio esterno, abituati come siamo a credere che la nostra voce sia ciò che siamo abituati a percepire col nostro orecchio interno. Esistono due voci: una è quella che sentiamo da dentro, una è quella che sentono gli altri, fuori. Prendere coscienza di questa terribile scoperta e accettare la nostra seconda voce, è un lavoro che richiede tempo e allenamento. Prendiamo coscienza che ciò che crediamo di essere non corrisponde a ciò che siamo. “Je est un autre”, a Rimbaud era chiaro. La nostra voce non è più la nostra voce. È la nostra identità che è messa alla prova: non siamo più noi. Dentro è come se confessassimo che non siamo più noi stessi. Infatti la nostra voce coincide con la nostra identità.
Quando non abbiamo la voce “a posto”, siamo “giù di voce”, anche emotivamente ci sentiamo indeboliti. È come se ci guardassimo allo specchio e non vedessimo la persona che siamo abituati a vedere riflessa. A volte accade e nascono momenti di profonda riflessione verso ciò che siamo in un dato momento della nostra vita. Poi comprendiamo che ogni “crisi” in realtà è un momento di lucidità nei confronti di noi stessi. Crisi è dal latino crisis, «scelta, decisione, fase decisiva di una malattia», è cioè un momento importante, poiché “porta qualcosa”. L’ascolto della nostra voce è un momento di crisi nei confronti di ciò che crediamo di essere. Imparare ad accettare la nostra voce è imparare a vedere noi stessi dall’esterno, e perciò rendere possibile un dialogo con quell’esterno.

Come si svolge un percorso per lavorare sulla propria voce?

Lavorare sulla propria voce significa aprire un lavoro di coscienza del proprio corpo, e ancor prima della propria anima. Ho scelto non a caso una parola maschile (corpo) e una femminile (anima), per chiarire che serve equilibrio delle nostre parti. Lavorare sulla voce significa scavare nei limiti e nelle qualità che la natura ci ha concesso. Imparare ad ascoltare il respiro, poiché è da esso che costruiamo voce e spirito. Lavorare sulle proprie barriere, porci le giuste domande, per scavalcare ciò che siamo in quel dato momento del nostro percorso di vita. Imparare a parlare è un atto rivoluzionario per la costruzione della propria personalità, costruisce uno dei mezzi della nostra comunicazione, forse il principale anche se non il solo. Imparare a parlare, però, non significa imparare a comunicare in modo ottimale. Troppi muri ci impediscono di esprimere al meglio ciò che siamo. Interrompere la costruzione di quei muri, per poi abbattere quelli che non sono necessari, può essere parte di quel percorso. Non a caso, la voce veste colori differenti in base alla nostra emotività.

Che cosa significa migliorare la propria voce?

La parola migliorare credo sia legata agli strumenti che impariamo a costruirci nel corso della vita. Più strumenti possediamo, più saremo in grado di reagire alle avversità con cui dovremo confrontarci, e più saremo portati a beneficiare dell’occasione che è la vita stessa. Migliorare la propria voce credo sia da legare all’idea di benessere. In quale modalità ci sentiamo a nostro agio? Cosa non riusciamo ad esprimere? Quale bisogno abbiamo? Quale uso facciamo della nostra voce, anche professionalmente? Penso che rispondere a queste domande potrebbe indicare la via giusta per arrivare a sentirci con una voce nella quale ci sentiamo più “presenti”: a sentirci la nostra voce in maniera sana.

A volte ascoltando qualcuno si ha la sensazione di percepire poca sincerità: ci si può nascondere dietro una voce finta? Esiste una “vera” voce da scoprire dietro questa maschera?

Certamente. Preferisco non parlare di vero o falso, ma di trasparenza. Una voce è sempre vera, poiché comunque traduce un disagio. Ciò che è fondamentale è saper ascoltare, che è la base di ogni linguaggio, di ogni comunicazione. L’ascolto viene prima dell’atto vocale o dell’atto comunicativo in generale. Il pubblico in sala si mette in silenzio e poi inizia lo spettacolo. In un dialogo, se vi è rumore, confusione, spesso si preferisce non dire nulla. Ascoltare una voce significa vedere cosa nasconde, notarne perciò la verità. Ma deve essere permesso. È solo grazie al silenzio che esiste la voce, altrimenti si avrebbe soltanto rumore e caos. Una voce che sentiamo autentica è una voce in cui traspare in maniera evidente il segreto che porta in dote, la storia che ci vuole raccontare. Nella voce esiste una storia anche prima che ci venga raccontata dalle parole, poiché la storia è la voce stessa.

Come le emozioni modificano la voce? 

Potremmo definire le emozioni come aperture e chiusure di quella porta che è l’interiorità umana. Quest’ultima è una costruzione complessa, creata dalla propria storia, la cultura in cui si è immersi quotidianamente, la struttura familiare, sociale, nazionale, religiosa e persino naturale, peculiare di ciascuno. La rabbia può essere fredda, muta, esplosiva, tenderà a chiudere la gola, ad attivare certi muscoli piuttosto che altri. Comprendiamo che certe emozioni attivano certi muscoli, ma potremmo persino dire che in base ai muscoli attivati ognuno di noi raccoglie “emozioni” differenti. Paura, vergogna sono emozioni che portano i soggetti a ritrarre se stessi, tirarsi indietro dal mondo, si avrà una voce insicura, non stabile, il diaframma (semplifico sebbene sarebbe più corretto scrivere “i diaframmi”) non lavorerà con la giusta elasticità, non aiutando la stabilità della voce (e della propria emotività). La tristezza è un valore emotivo forte, è possibile coinvolgere un ascoltatore proprio per la tristezza che è trasmessa dalla voce, parlata o cantata; la tristezza nella voce può essere letta come valore che traduce verità, un dono sincero di quella voce, di quella persona a chi sta ascoltando.
In generale ogni occasione di tensione però non permetterà al vocal tract il raggiungimento di una performance “economica” della voce, serve equilibrio e controllo per rendere al meglio l’atto vocale, sembra emergere il prezioso concetto di “voce eufonica”. Essendo quest’ultimo tema vasto e delicato, la mia osservazione si soffermerà soltanto su un aspetto: l’affidabilità di ciascuna voce nel tempo. Una voce deve poter essere riproducibile, deve “tenere” nel tempo, non affaticarsi. Emozioni forti come rabbia, paura, vergogna, tristezza, che abbiamo appena nominato, richiedono un grande dispendio di energia umana, tali emozioni non possono essere “tenute” troppo a lungo, lo spirito forse non è in grado di sostenerle e la voce nemmeno. Perciò serve scioglierle e naturalmente lasciarle andare. Una tensione però non impedirà alla voce di trasmettere comunque emozioni profonde: in qualche modo la voce è sempre trasparenza. Essenziale è infine la capacità di lettura di chi ne sarà testimone, chi saprà ascoltare davvero (poiché non tutti sanno ascoltare), chi saprà tradurre la verità contenuta nella voce stessa: voce come specchio, voce come maschera della verità, voce come trasparenza.

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