E tu di chi ti fidi?

 Fotor

Him
http://fernando-pc.tumblr.com

E’ con piacere ed emozione che questo blog si arricchisce di una nuova sezione, animata da interviste con amici/interlocutori, che hanno da raccontraci qualcosa su temi di attualità, letti sempre con un’ottica di tipo psicologico. Fedeli all’ispirazione e alla vocazione di questo spazio virtuale. Iniziamo questa rassegna con Andrea Strozzi, marito, padre, ex manager bancario, downshifter per vocazione, esperto di bioeconomia e coordinatore del progetto divulgativo LLHT | Vivere Basso Pensare Alto.

Con lui abbiamo pensato di parlare di…

Fiducia

Andrea, puoi raccontarci chi sei?

Foto 2Nasco a Modena nel 1974. Dopo una laurea in Statistica Economica a Bologna nel 1998, lavoro per quindici anni nella governance di alcuni grandi Gruppi Bancari, occupandomi di sviluppo del personale, performance management, analisi di scenario, pianificazione strategica, M&A (che significa fusioni societarie).

Nel frattempo, mi sposo e acquisto una vecchia stalla da ristrutturare, adiacente a campi e boschi. Per tre anni passo ogni ora di ferie sui ponteggi con i muratori e nel 2006 completo la costruzione di casa nostra: mancano ancora tre anni al crollo di Lehman-Brothers, ma i miei pensieri-guida sono già sostenibilità e resilienza, avendo intuito che le dinamiche socioeconomiche degli anni successivi avrebbero presto imposto l’urgenza di un’azione bassa, guidata però da un pensiero alto.

Nel 2012 avvio quindi Low Living High Thinking, un think-net che, promuovendo uno stile di vita metaconsumistico, discute e provoca su Bioeconomia e Decrescita. Poiché ogni vero cambiamento ha sempre quattro ingredienti – sogno, consapevolezza, linguaggio e azione – nel 2014 smetto di essere quello che faccio e comincio a fare quello che sono: do un calcio al posto fisso e riparto da zero, per dedicarmi esclusivamente a ciò in cui credo.

Oggi amo definirmi un ethical-advisor, scrivo per “il Fatto Quotidiano”, il quotidiano online “il Cambiamento” e altre testate di settore, fornisco piccole consulenze a realtà impegnate nel sociale e tengo conferenze e workshop in tutto il Centro-Nord. Da qualche mese è uscito per TerraNuova Edizioni il mio primo libro: Vivere Basso, Pensare Alto …o sarà Crisi vera.

Andrea, in che cosa hai riposto fiducia nel momento in cui hai fatto la scelta che ha dato una decisa svolta al tuo percorso umano e lavorativo?

La scelta a cui alludi è ovviamente stata quella maturata la sera del 29 gennaio 2014, quando guardai negli occhi mia moglie e, dopo anni di tentennamenti e ripensamenti, le dissi che quella giornata di lavoro appena conclusa sarebbe per me stata l’ultima. La misura era colma. Avevo tante altre cose da fare e il mio tempo sarebbe stato da dedicare ad attività più interessanti e certamente più appaganti.

Il giorno dopo non mi presentai in ufficio e, come giurai a me stesso, non l’ho più fatto. La parola fiducia, quindi, stava assumendo due sembianze ben precise: quella di mia moglie e, soprattutto, quella della convinzione nelle mie capacità. Nel 2014, con una disoccupazione totale che sfiorava il 14% e quella giovanile lanciata come un treno verso il 50%, abbandonare intenzionalmente un posto di lavoro fisso, prestigioso e discretamente remunerativo, veniva comprensibilmente percepita come una scelta più folle che semplicemente azzardata.

Ricordo che in quei momenti mi tornarono alla mente le parole che avevo rivolto qualche mese prima a un dj nel corso di un’intervista radiofonica sul downshifting (che significa “scalare marcia”, ndr): sentendomi chiedere che cosa al giorno d’oggi possa mai spingere un giovane ad abbandonare un posto di lavoro sicuro, avevo risposto che, considerando lo stadio degenerativo a cui è ormai giunto il mercato del lavoro (almeno in Italia, dove ubbidienza e dissimulazione contano notoriamente più di merito e capacità), mi chiedo piuttosto che cosa spinga un giovane a… cercarlo, un posto di lavoro del genere!

Quando scelsi di non ripresentarmi più in ufficio, mi affidai quindi alla voglia matta che avevo di non sprecare la mia vita in un meccanismo eterodiretto come quello del lavoro salariato. Io ho sempre saputo di essere molto “di più” di quello che a loro bastava che io fossi. Per diventare funzionario a soli trent’anni è stato sufficiente aderire a un mansionario ed esprimere alcune attitudini. Oggi, nel ricostruire da zero la mia vita, devo fare molto di più: devo seguire un’ispirazione. Io ho cose da fare, da raccontare, da immaginare. E non avrei mai potuto assecondare queste mie pulsioni restando dodici ore al giorno chiuso fra quattro mura e circondato da persone molto spesso spente o, nel migliore dei casi, intellettivamente annoiate. Come ormai dico sempre: oggi guadagno molto meno di prima, ma sono molto più ricco.

Per rispondere quindi alla tua domanda, fu della voglia di dare un senso alla mia unica vita che mi fidai essenzialmente quel giorno: si trattò cioè della scelta di essere finalmente “libero di” fare quello di cui avvertivo realmente il bisogno, e non semplicemente “libero da” un posto di lavoro che mi stava solo facendo perdere tempo prezioso.

In questo particolare passaggio della storia del nostro Paese, di chi e di cosa si fidano principalmente le persone, dal tuo punto di vista?

Si fidano purtroppo di tutto ciò che non contribuisce direttamente al loro benessere primario. Non voglio tirare in ballo la piramide del sociologo Maslow e la sua segmentazione dei bisogni umani, ma mi limito a dire che per sperimentare la pienezza della nostra vita è oggi più che mai necessario… restringere il recinto. Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente e ferocemente persuasi che le nostre quotazioni sociali dipendano imprescindibilmente da ciò che possediamo: case, oggettistica, vacanze, servizi, etc… E’ un inganno socioeconomico perfettamente studiato a tavolino, che prende le mosse oltre due secoli e mezzo fa con Adam Smith (il padre del libero mercato) e che si radicalizza nel secondo dopoguerra: la nostra felicità viene astutamente fondata sull’avere piuttosto che sull’essere, tanto che ormai non si sente più parlare di “esseri umani”, quanto di “averi umani”. Fin dai primi anni di scuola veniamo messi in competizione con il compagno di banco, abituandoci a sentirci sempre in difetto e affetti così da una cronica insoddisfazione, che nell’età adulta andiamo quindi a riempire col soddisfacimento compulsivo di bisogni fittizi, tramite l’acquisto di merci e servizi dall’utilità effimera. In pratica: il nostro modello culturale ci promette il diritto alla felicità, ma ci costringe poi a vivere in una dimensione scientificamente concepita per rendercela irraggiungibile. L’esito si chiama frustrazione. E la conseguenza è che, come ci dice l’OCSE, dal 2000 ad oggi il consumo di farmaci psicotropi nelle economie cosiddette “sviluppate” cresce mediamente del +6% all’anno.

Di chi si fidano le persone? Di questo teorema infernale, purtroppo. Dell’illusione che la nostra realizzazione passi per le cose che possediamo e che possiamo ostentare. Occorre distinguere i bisogni effettivi da quelli indotti, dedicandoci ai primi e derubricando i secondi. Certo, questo ci renderà antipatici a molte persone e ostacolerà molte delle nostre scelte di vita. Ma alla fin fine, a noi cosa interessa? Il nostro benessere o la subalternità alle aspettative altrui?

 

La fiducia dei singoli individui come può influire sui meccanismi complessi dell’economia e della finanza?

L’economia e la finanza si fondano essenzialmente su paura e incertezza. Che subentrano proprio in assenza di fiducia. E’ piuttosto intuitivo: se vivessimo in un contesto in cui possiamo fidarci gli uni degli altri, le nostre barriere di diffidenza sociale si abbasserebbero completamente. E la nostra principale ricchezza diventerebbe la condivisione, non il possesso come avviene attualmente. Non voglio fare il solito esempio delle inferriate alle finestre e – storia di queste settimane – della tendenza che purtroppo hanno molti italiani a volersi armare per difendersi dai topi d’appartamento o, più recentemente, dal boom delle vendite di rifugi antiatomici, ma è evidente come lo sgretolamento dei rapporti fiduciari con la nostra comunità di appartenenza si traduca in una nostra radicale e dannosissima insofferenza nei confronti del nostro vicino. L’effetto è l’isolamento più assoluto.

Questa condizione di perenne incertezza e sfiducia verso gli altri diventa l’humus ideale affinché un’economia che ha abdicato dal suo significato originario (economia è una parola di origine greca che significa letteralmente “gestione dei beni domestici”) e la finanza speculativa possano fare di noi ciò che vogliono, abusando del nostro disorientamento e illudendoci che la nostra felicità passi per i metri quadrati del nostro appartamento, per la cilindrata della nostra auto o per il numero di stelle dell’hotel dove andiamo in vacanza.

Fidarsi degli altri, accettarsi reciprocamente, allargare le maglie della nostra propensione relazionale, aprirci ad esperienze comuni e comunitarie sono solo alcuni dei possibili rimedi per recuperare una dimensione di socialità che il grandissimo Ivan Illich definiva “vernacolare”: la società vernacolare è quella in cui il soddisfacimento di ogni esigenza viene ideato, progettato e realizzato nell’ambito di una dimensione micro-comunitaria, in un’atmosfera di convivialità. Per Illich, conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento (funzionale al benessere, ndr) per realizzare le proprie intenzioni.

 

La Bioeconomia, questa disciplina di cui sei un autorevole sostenitore, in chi e in cosa ripone fiducia?

Nell’equilibrio. In particolare, nell’equilibrio tra l’essere umano e l’habitat che lo ospita. La Bioeconomia è una disciplina socioeconomica che nasce a cavallo degli anni Sessanta e Settanta per mano di un geniale economista rumeno, Nicholas Georgescu-Roegen. Per lui, scopo principale dell’economia era la gestione ottimale delle risorse materiali ed energetiche per garantire la sopravvivenza, lo sviluppo e il benessere delle persone. Benessere delle persone, capito? A differenza dell’intero paradigma economico neoclassico, qui non c’è traccia di “utilità”, “interesse”, o “profitto”. La bioeconomia è una disciplina che assimila ogni processo produttivo a un fenomeno naturale, il quale comporta un deterioramento delle risorse sistemiche a disposizione mediante il raggiungimento di uno stadio complessivo finale il cui livello di “disordine” (entropia) è inevitabilmente superiore a quello di partenza. Quando questo fenomeno avviene migliaia, milioni e miliardi di volte, ecco che si genera il logorio della biosfera, con tutti gli effetti collaterali che conosciamo purtroppo bene: dal cambiamento climatico, all’impronta ecologica in continua espansione, ai fenomeni di iniquità e di alienazione sociale visti in precedenza.

La Bioeconomia ripone quindi fiducia nella responsabilità che ha l’uomo di garantire un futuro al proprio habitat. Qualcuno definisce il PIL come il debito che le generazioni attuali contraggono con le generazioni future: sono perfettamente d’accordo con questa visione. Aggiungo: è possibile, come sostiene Lovelock, che il surriscaldamento terrestre sia soltanto una sorta di “febbre” del nostro pianeta, cioè la risposta immunitaria della Terra contro… l’agente patogeno che la sta minacciando. Mi riferisco, ovviamente, all’uomo.

Ecco, la Bioeconomia trasferisce all’uomo un’enorme responsabilità. E, quindi, un enorme potere: quello di ripensare al proprio ruolo nella storia della Vita, cercando di orientarsi alla salvaguardia di se stesso e, indirettamente, della biosfera.

 

La crisi economica che ci ha toccato negli ultimi 8 anni è in via di conclusione, come qualcuno sostiene? Il tema della fiducia ha giocato un ruolo nell’innescarsi e consolidarsi di questa crisi economica? Di chi o cosa dobbiamo fidarci per uscirne, ammesso che sia possibile?

Questa non è una crisi, ma un declino. Mi fanno sorridere quelli che misurano la crisi con il calendario: dunque, questa crisi è iniziata nel 2011 e sta finendo nel 2015, mentre la precedente iniziò nel 2007 e finì nel 2009…! Siamo seri e chiediamoci: cos’è che decreta la presenza di una crisi? La risposta è semplice: l’insostenibilità del modello di sviluppo in vigore. E, per sviluppo, intendo anche la qualità delle nostre relazioni, non solo l’output di un processo produttivo. Quello che voglio dire è che sta finalmente concludendosi un ciclo di pensiero post-illuministico in cui ogni dinamica umana era fondata sul principio di azione e reazione, ogni schema mentale era di tipo lineare, ogni processo industriale era misurabile, prevedibile e monetizzabile tramite gli scambi in denaro. Quindi, ribadisco la domanda: come misuriamo l’entrata o l’uscita da una Crisi? Con il PIL? Con la disoccupazione? Oltre a inceneritori, trivellazioni oceaniche, montagne di rifiuti e cibo sprecato, dal 2014 confluiscono nel PIL anche prostituzione, contrabbando e narcotraffico: qualcuno ha ancora il coraggio di identificare nel PIL una misura di benessere economico? La verità è che siamo completamente impazziti! Affidandoci a questo modello della crescita ad ogni costo, abbiamo fatto saltare ogni schema. Il buon senso ha abdicato in favore dell’interesse monetario. E a pagarne il prezzo è purtroppo l’essere umano, la qualità delle sue relazioni e, conseguentemente, il suo (vero) benessere.

Personalmente, mi auguro che la crisi – per come viene misurata dagli indicatori tradizionali di questa economia nevrotica – si inasprisca sempre di più. L’Italia è il secondo paese europeo (dopo il Lussemburgo) per numero di auto ogni mille abitanti e uno dei primi per consumo di psicofarmaci. Quando capiremo che dobbiamo rallentare?

E’ solo esasperando gli effetti di questa crisi, credo, che sempre più persone apriranno finalmente gli occhi, aiutandole a capire che cosa davvero contribuisca al loro benessere e riscoprendo di chi potranno ricominciare a fidarsi: di loro stesse.

Copertina con bordo nero

Clicca sul libro per tutte le info

  1 comment for “E tu di chi ti fidi?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: