Un padre e un figlio

Un padre e un figlio 1

photo by Kiyoshi Yamaguchi

http://kiyoshi-yamaguchi.tumblr.com

 

 

Mio padre mi ha detto più di una volta che se avessi voluto lavorare nella metalmeccanica, come tecnico, come commerciale o come quello che mi pareva, per lui non sarebbe stato un problema “collocarmi”. Lui ha sempre lavorato in quell’ambiente e ha conosciuto tante persone, come naturale che sia. Io poi ho avuto un altro destino, di cui non mi attribuisco il merito. Ma ci penso spesso a quei figli che fanno lo stesso lavoro del padre.

Castaneda non so se voi lo avete letto. Io ho provato ad affrontarlo con parecchie difficoltà, perché è talmente visionario che mi perdo quasi subito nei meandri delle sue realtà parallele. Ma c’è un passaggio che mi ha molto colpito, in uno dei suoi libri: parla del fatto che ogni padre ha un “filo”, che deve cedere ad un certo punto al proprio figlio. Fino a quando il padre non si lascia strappare quel filo, il figlio non riesce a realizzare ciò che è il suo destino. Quando invece questo avviene il padre soffrirà, perché avrà subito una perdita. Come una specie di dolore necessario. Ho sempre trovato che ci fosse qualcosa di profondamente vero in questa metafora. Come se un figlio avesse bisogno di operare una piccola mutilazione al proprio padre, per poter essere pienamente attrezzato per la vita. Come se un padre dovesse accettare di diventare vulnerabile spogliandosi di qualche certezza, per lasciare libero un figlio e permettergli di attingere pienamente alla sua forza vitale.

Per me è stato importante sentire i racconti di mio padre sulla sua vulnerabilità. Quando non dormiva la notte prima di un impegno importante di lavoro, quando la timidezza lo lasciava senza parole nel cercare di difendersi dall’arroganza di qualcuno. Quando è stato molto triste e cercava di trovare dei modi di andare avanti comunque, nonostante tutto.

Penso a quei padri che ancora non sono riusciti a farsi strappare il “filo”. Forse perché ci hanno messo tutta la vita a collocarsi in quel punto rialzato di osservazione. Forse perché pensano che rendendosi vulnerabili, anche solo con una parola, potrebbero di nuovo ruzzolare giù nei loro abissi e hanno paura. E’ umano. Qualcuno di loro un giorno ce la farà. Forse qualcosa lo aiuterà. Forse la vita gli darà un’occasione.

E infine penso a quei figli che ancora aspettano di potersi riavvicinare al proprio papà, che vola molto in alto rispetto a loro. Che è molto bravo, che ha avuto molto successo, che si è fatto da solo. Aspettano e cercano di tollerare il loro sentirsi piccoli, nonostante siano ormai uomini fatti. Combattono per trovare sé stessi, cercano di dimostrare qualcosa, piangono molto nel loro labirinto. Silenziosamente. Non riescono a formulare la domanda giusta, lontanissimi dalle risposte. Aspettano di poter strappare il filo.

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