La strana cura per la malattia dello scimmiotto

scimmiotto

“Untitled”

from series “Imaginarium” by Tasoma

http://tarasbychko.tumblr.com

 

Vorrei raccontarvi qualcosa di cui venni a conoscenza alcuni anni fa. A proposito dei tanti significati che il cibo può assumere per noi, colorandosi delle nostre emozioni e ritagliandosi ruoli talvolta inusuali, all’interno delle relazioni umane. Questa è una storia che riguarda le nostre origini contadine: tanto lontane ora che siamo tutti iperconnessi, ma era solo ieri l’altro. Atmosfere che hanno respirato molti fra i nostri genitori, luoghi della vita dei nonni. Comunque nel 1999 stavo preparando la mia tesi di laurea. L’esame di Antropologia Culturale, ultimo dell’elenco, mi era particolarmente piaciuto; decisi di chiedere al professore di potermi laureare con lui. Mi affidò un argomento di medicina popolare, che mi tenne impegnato per un anno abbondante, durante il quale incontrai e intervistai parecchie persone. Fu possibile grazie alla collaborazione della dott.ssa Luciana Nora, una ricercatrice che molto aveva approfondito la materia: i guaritori di campagna. Ben distinti da maghi e ciarlatani d’ogni risma, questi personaggi non sono altro che  perpetuatori di una ricca serie di rituali terapeutici, tipici della tradizione contadina. Pratiche che hanno l’aspetto di veri e propri fossili culturali, la cui origine ignota si perde nella notte dei tempi. La memoria dei vivi racconta di un’Italia che usciva dal conflitto economicamente in ginocchio, tutta da ricostruire e sostenuta perlopiù da allevamenti su piccola scala e un’agricoltura pre-meccanizzata. Il guaritore si collocava in questo contesto ed era un parente, un amico, un vicino di casa, un conoscente; condivideva problemi ed esigenze della comunità, da cui era percepito come una risorsa accessibile e affidabile. La sua condizione non lo esentava dal lavoro dei campi e il curare era una specie di seconda attività, in cui si era specializzato e che metteva al servizio di tutti. Svolgeva quindi un ruolo sociale di importanza non trascurabile, integrandosi in un meccanismo di solidarietà reciproca favorito dalla diffusa povertà. Ai farmaci si ricorreva poco, sia per la scarsità di denaro, sia per la disabitudine a farne uso: si privilegiava il rimedio empirico o naturale. L’apprendimento di queste metodiche, spesso utilizzate anche sugli animali, veniva tramandato di generazione in generazione tramite un lascito; l’esecuzione avveniva per lo più in maniera acritica e fideistica, senza alcuna consapevolezza dei meccanismi d’azione. Le patologie che si curavano erano distorsioni, slogature, ustioni, parassitosi intestinali, herpes zoster e un particolare quadro sintomatico chiamato in dialetto “Al simiot” (letteralmente sarebbe “lo scimmiotto”). Questo disturbo è conosciuto in medicina come Atrepsia infantile, Ipotrepsia o Distrofia del lattante. Colpisce i bambini nei primi mesi di vita (circa dai tre ai diciotto mesi), i sintomi con cui si manifesta sono inappetenza, dimagrimento, disidratazione, pianto frequente ed essicamento della cute, che diventa grinzosa: simile a quella di una scimmia, da cui deriva appunto il nome di scimmiotto o, in dialetto, al simiot.

Il rito che si usa per “levare” lo scimmiotto si distingue dagli altri per la sua complessità e per il raffinato impianto simbolico, che ha numerose e significative analogie con il processo di panificazione. Gli elementi che si usano sono acqua, a volte sostituita da vino bianco e lievito. Vengono segnati con una croce tre piccoli lieviti e immersi successivamente in acqua. Il bambino viene lavato e massaggiato con quest’acqua, simbolicamente impastato: poi viene vestito senza essere risciacquato, lasciando che possa avvenire una metaforica lievitazione. Allo stesso tempo il guaritore pronuncia le parole segrete e, terminato il massaggio e la vestizione, il bambino viene assicurato ad una di quelle pale concave che si usavano per il pane e introdotto nel forno tiepido. L’intera procedura, dal lavaggio all’infornata finale, deve essere ripetuta per tre mattine consecutive alla presenza della madre. La prima mattina viene fatto bere al bambino un cucchiaio di quell’acqua che poi si utilizza per il rito. Le parole pronunciate assomigliano ad uno scongiuro; non sono coinvolte figure religiose e ci si rivolge al male come se si trattasse di un’entità fisica, che ha preso possesso del bambino e che deve essere scacciata. Spesso, nella letteratura antica, il male viene rappresentato sotto forma di scimmia.

Lo scimmiotto era molto diffuso nel mondo contadino, mentre oggi è quasi scomparso. L’insorgere della malattia era da imputare in parte ad un’alimentazione inadeguata e insufficiente, ma soprattutto ad una carenza materna nel fornire le opportune cure al bambino. Una serie di fattori contribuivano a minare il rapporto tra la madre e il neonato nella società contadina. La famiglia patriarcale era un’unità produttiva dall’equilibrio economico molto precario nelle aree rurali: le donne partecipavano in modo essenziale al lavoro e occuparsi dei figli era un’attività che assumeva un’importanza secondaria.  Spesso i bambini venivano accuditi soltanto in alcuni momenti della giornata, durante le pause dall’attività dei campi. A ciò si deve aggiungere che la mancanza di metodi anticoncezionali faceva sì che il concepimento non fosse quasi mai una scelta consapevole; oltre un certo numero erano gravidanze subite, che minavano l’integrità fisica della donna. Le condizioni erano di povertà economica e culturale, precarietà e minaccia sul piano della sopravvivenza: è comprensibile che, con queste premesse, le energie di cui le madri potevano disporre erano davvero scarse. Poche le risorse da investire nella cura, nell’attenzione, nella pazienza, nella capacità di tollerare la frustrazione, nella tenuta emotiva che gestire un neonato richiede. Forse in certi casi tutto questo poteva condurre, umanamente, persino ad un’ostilità inconscia, che si traduceva in un comportamento trascurante e insofferente. Del neonato, allo stesso tempo, conosciamo la straordinaria sensibilità nel percepire l’atmosfera affettiva che lo circonda, gli umori di chi si occupa di lui e la rapidità nel reagire a questi stimoli. Reazioni che avvengono attraverso l’unico strumento espressivo possibile, ovvero il linguaggio del corpo e dei sintomi. Alla luce di tutte le considerazioni fatte, risulta facile mettere in relazione questi quadri sontomatici con le difficoltà di sintonizzazione affettiva tra madre e figlio. Ed è proprio questo punto che il rituale mette al centro dell’attenzione; si tratta di una sorta di riconcepimento simbolico. Il 3 é il numero ricorrente, che moltiplicato per se stesso dà nove, ovvero i mesi di gestazione. L’acqua e il lievito sono gli ingradienti di cui si compone il preparato con cui viene massaggiato il bambino, in particolare nei punti vitali (viso, testa, giunture ecc.). Il forno tiepido é il luogo in cui si conclude il rituale con una simbolica cottura del piccolo sofferente. S’impasta il neonato come per fare il pane, tutto si regge sul parallelismo simbolico tra la panificazione e la gestazione. Acqua e lievito come gameti sessuali maschili e femminili, il forno come l’utero materno. Si effettua un riconcepimento in piena regola, che assume il valore di un’opportunità: per il piccolo si tratta di una seconda nascita, mentre la madre può ridefinire su nuove basi il rapporto con il proprio figlio. La malattia l’ha costretta a prestare attenzione, a ripensare il suo atteggiamento: ora può ripartire da zero, il potente apparato teatrale / simbolico del guaritore  l’aiuta in questo. Sorprende molto la complessità di questo rito: c’è da chiedersi quale intelligenza può aver concepito un simile intervento, quale conoscenza aveva della psiche umana e del potere che i simboli hanno sul suo funzionamento.

  1 comment for “La strana cura per la malattia dello scimmiotto

  1. milena nicolini
    22 febbraio 2017 alle 18:51

    Mi sono felicemente imbattuta in questo esaustivo articolo proprio mentre cercavo notizie precise sul ‘mel dal simiot’, in quanto da tempo ho trovato un’importante connessione con il ‘mal de senega’ che curavano le cosiddette ‘streghe’ del 1500 della Val di Fiemme, soprattutto Barbara detta la Marostega. Si veda per gli atti del processo e l’interpretazione, Luisa Muraro, La Signora del gioco, Tartaruga Edizioni, Baldini Castoldi,2006, pp.167-8. Importante anche Pinuccia Di Gesaro, Streghe, Praxis tre, Bolzano,p. 719, nonchè Carlo Ginzburg, Storia notturna del sabba, nonchè I benandanti, Einaudi. Direi che si può osare portare molto avanti l’ultima domanda di Marco Vaccari: La Signora del gioco dava gli insegnamenti per guarire, dicono le ‘streghe’. Chi era? Che connessione con le forze/demoni che gli sciamani dicono di contattare? E poi c’è tutta la ricerca sulla società matrilineare del neolico (con quella Grande Madre arrivata fino a noi in ‘forma’ di Madonna, e testimoniata dagli studi dell’archeologa Marija Gimbutas), con le sue donne -pharmakai che conoscevano le proprietà delle erbe, che hanno tramandato fino a ieri (oggi?), magari ricordate con terrore, come maghe Circe. Medea ecc., dalla cultura greca che voleva annientare la autorevolezza della cultura della Grande Madre. Grazie del contributo.

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