Le magiche scarpette della strega dell’est

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Immagine tratta dal “Mago di Oz”, di L. Frank Baum. Fratelli Fabbri Editori, 1957

 

Nel secondo capitolo del “Mago di Oz”, la piccola Dorothy viaggia per molte miglia con la sua casetta, trasportata da una tremenda tromba d’aria. E’ molto spaventata e l’unica intenzione che ha, presumibilmente, è quella di salvarsi la vita. Ad un certo punto l’abitazione volante perde quota fino a cadere addosso, guardacaso, proprio alla perfida strega dell’Est, uccidendola sul colpo. La bambina non conosce questa donna malvagia, non la vedrà mai neppure in faccia: solo i suoi piedi sbucano da sotto la casa che le ha tolto la vita. Dorothy viene sollecitata a prendere le sue magiche scarpette e ad indossarle. Le serviranno per sopravvivere, rivelandosi fondamentali, lungo il cammino che l’attende verso la “Città di smeraldo”. Anche se lei, di tutte queste cose, non sa ancora nulla.

G era stato molto male. Era uscito da una relazione con le ossa rotte. Pensare che quella donna sembrava proprio avere tutte le carte in regola, per essere il suo grande amore. Così almeno lui aveva fortemente voluto credere. Si era buttato in quell’avventura sentimentale pieno di fiducia e speranza, senza darsi neppure la possibilità di pensare che potesse andare male. L’immagine che lo tormentava era di uno si tuffa in piscina, senza guardare niente e nessuno. Scoprendo solo dopo che mancava l’acqua. La relazione era partita con un entusiasmo condiviso senza precedenti, durò pochi mesi e fu la storia di una progressiva, inesorabile, fragorosa evidenza: la consapevolezza dell’incompatibilita’ totale. Ma a G servì molto quell’esperienza, amava spesso ripetere. Gli servì a mettere a fuoco un’intenzione. Non avrebbe mai più permesso a nessuno di entrare così profondamente nella sua vita, senza essersi guadagnato prima la sua fiducia. Poco ma sicuro. E così fu. Amava dire.

Jenny non era vecchia, avrà avuto intorno ai 40 anni. Aveva gravi problemi psichiatrici, non ricordo la diagnosi con esattezza. Viveva in uno di quelli che si chiamano “appartamenti protetti”, insieme ad altri pazienti, definiti con  gentilezza “ospiti”. Jenny era fortemente obesa, ricordo la voracità con cui mangiava, pari al bisogno che aveva di affetto, diceva la sua educatrice di riferimento. Un giorno trovò un gattino per strada e volle tenerlo con sé. Nessuno riuscì a convincerla, non voleva saperne di portarlo al centro assistenza per animali smarriti. Quello era il suo gattino, amarlo di un amore esclusivo e totalizzante erano le sue intenzioni: limpide e solide come il diamante. Ma i farmaci che prendeva erano molto potenti, la facevano cadere in un profondo sonno chimico, buio abisso di incoscienza. Una notte non si accorse di avere stretto troppo il gattino sotto di sé, la povera bestiola morì soffocata.

In un vecchio film dei primi anni novanta si racconta la storia della rana e dello scorpione. Lo scorpione chiede un passaggio alla rana, per attraversare un torrente. Lei è disponibile a questa cortesia, ma si raccomanda di non fare scherzi: “non ti sognare di pungermi, gli dice, perché in quel caso moriremo entrambi”. Lui la rassicura. Poi, però, a metà del guado, qualcosa scatta nella mente dello scopione; l’istinto prevale a dispetto delle intenzioni, non si sa trattenere e la punge. Mentre la rana muore, con le forze residue, gli chiede perché. Lui le risponde, rassegnato, “perché questa è la mia natura”.

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