Non sei tu. E’ la tua gabbia.

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DAY 71
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A proposito di LEGAMI, ieri mattina avevo un appuntamento con il mio dentista. Mentre andavo a piedi verso il suo studio ho incontrato un amico d’infanzia. Ci vediamo davvero poco, ormai solo per caso. Naturalmente gli ho chiesto se voleva fare un tratto di strada insieme e lui, avendo un po’ di tempo, naturalmente mi ha detto di si. Sono stati leggeri i nostri argomenti e breve il tempo passato insieme, ma è rimasta una sensazione molto piacevole e intensa, che mi ha accompagnato per tutto il giorno. Non so come descriverla, forse come di chi si compiace del valore di qualcosa che ha vissuto. Lo stupore nel ritrovare la semplicità di una confidenza, praticamente intatta dopo 20 anni di assenza.

Sempre a proposito di LEGAMI, mi vengono in mente gli studi sulle dipendenze del Dr. Bruce Alexander. Dei topi costretti in solitudine, in una gabbia vuota e stretta, sviluppavano una forte dipendenza da acqua contenente cocaina. Le stesse bestiole, ospitate in una gabbia ampia, confortevole, ricca di stimoli e compagnia, non sviluppavano per lo più dipendenza, pur potendo attingere liberamente alla stessa bevanda. Questo suggestivo filone di studi, uno dei punti di vista possibili sull’argomento e non di certo la spiegazione definitiva di un tema così controverso, arriva alla conclusione che non sono i “ganci chimici” a generare il problema, bensì un malessere profondo, certamente connesso a condizioni di vita insoddisfacenti (la GABBIA STRETTA) e ad un’incapacità / impossibilità di creare buoni LEGAMI. Come se la dipendenza fosse un tentativo malato di rispondere ad un bisogno sano, cioè quello di creare legami soddisfacenti e gratificanti con qualcosa o qualcuno.

A proposito di GABBIE, mi viene in mente il prof. Zimbardo, che nel 1971 voleva vedere cosa sarebbe successo a degli impeccabili studenti di Stanford, facendoli “giocare” a guardia e ladri nei sotterranei della medesima Università. Il “gioco” doveva essere molto realistico e dimostrò che il detto “l’abito non fa il monaco” forse non è sempre vero. Quello che passò alla storia della psicologia come “l’esperimento carcerario di Stanford” venne interrotto dopo pochi giorni, perché chi si era messo l’uniforme da guardia aveva assunto comportamenti sadici e violenti, che nessuno aveva preventivato in quei termini. Allo stesso tempo, fra chi faceva il carcerato, ci fu più di qualcuno che ebbe crisi depressive e regressive da ricovero psichiatrico urgente. Si giunse alla conclusione che il vestito può avere un incredibile potere su chi lo indossa, altroché abiti che non fanno i monaci. Il vestito può addirittura diventare come quella GABBIA stretta e vuota, dove i topini creavano un forte legame con l’acqua mista a cocaina. Ci sono vestiti difficili da togliere, pesanti da portare: per sostenerli qualcuno potrebbe aver bisogno di drogarsi, in qualche modo.

E allora, se penso alle tante GABBIE possibili, mi viene in mente la signora Maria, che NON RIESCE A SMETTERE di bere birra di nascosto, perché è una GABBIA STRETTA e le costa molto essere sempre moglie paziente e devota, sempre disponibile a seguire la volontà del marito, che altrimenti poi si arrabbia. Poi un’altra signora Maria che NON RIESCE A SMETTERE di mangiare dolci fuori pasto, perché dev’essere una GABBIA STRETTA non scontantare mai la sua mamma, che è una superefficiente donna di casa e che la rimprovera come una bimba, nonostante i suoi 50 anni. Poi penso anche a Mario, che NON RIESCE A SMETTERE di guardare filmati porno su internet, perché dev’essere una GABBIA STRETTA la relazione con una donna che da tempo si è reso conto di non amare più. Ma non riesce a separarsi, perché ha paura della solitudine e ha perso la speranza di trovare una persona che gli possa volere bene.

A giudicare da quanto è attuale e diffuso il problema delle dipendenze nella nostra società (non tanto e non solo sostanze stupefacenti, ma penso soprattutto alla dipendenza affettiva e poi alla tecnologia, al cibo, agli psicofarmaci, al gioco d’azzardo, alla pornografia on line… e l’elenco è ancora lungo) dobbiamo dedurre che la nostra gabbietta dev’essere un po’ stretta. E che, nonostante i social e le comuncazioni “tutte intorno a te” forse ci sentiamo un po’ soli.

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