Esercizi di potere a pag. 33

 

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“Billy Vandendooren”

by Fanny Latour-Lambert

http://doyouspeakfrench.tumblr.com

 La Prof.ssa K riuniva il gruppo di lavoro tutti i giovedi, di buon mattino. Gli strutturati potevano dare del tu alla Direttrice, i tirocinanti le davano del lei. Queste erano le colonne d’Ercole fra chi sapeva e chi era li per imparare. La sala in cui ci riunivamo era molto ampia; ho sempre pensato che il dettaglio non fosse casuale. E’ che l’ego della Prof.ssa K non ci poteva stare fisicamente, in un ambiente più modesto. K era un piccolo manuale vivente di tecniche per l’esercizio del potere sugli altri: ovviamente, soprattutto su quelli che già si trovavano in una posizione di svantaggio. Del resto vincere facile, nel tempo breve, fa bene all’autostima. Ad un certo punto della riunione, come una gatta caduta dal termosifone durante il sonno, si rivolgeva ad uno dei tirocinanti e, dopo una rapida e incomprensibile comunicazione, pronunciata con il tono di chi afferma cose fin troppo ovvie, formulava una richiesta altrettanto criptica. Il prescelto poteva tentare di chiedere una seconda spiegazione, di solito con poca fortuna. Poi, per non apparire stupido, imparava presto a non chiedere altro. A fine riunione, in un conciliabolo di solidarietà tra diseredati, i tirocinanti tentavano di far convergere le diverse interpretazioni del “verbo” in una versione più probabile delle altre.

Il “caro leader”, Primario del reparto Z, dirigeva la relativa scuola di specializzazione con fare paterno, benevolo e carismatico. Conservo un’immagine indelebile di lui, che ritorna da un convegno in cui aveva difeso a spada tratta le nostre idee contro altri personaggi ottusi e retrogradi; in aula magna si era formato un lungo serpentone, di tutti gli studenti e i colleghi disposti in fila indiana. Ognuno in attesa di abbracciarlo personalmete e scambiare una parola di complicità, come si fa con gli sposi che escono dalla chiesa. Il caro leader parlava di noi e loro. Noi all’interno e loro al di fuori. Noi avevamo capito alcune verità fondamentali, grazie a lui che ce le aveva svelate, gli altri non erano cattivi, ma solo delle pallide comparse. Lui che ha messo una firma in tutti i sacri testi. Lui che è stato sui giornali e in qualche comparsata televisiva. Ti sentivi un figlio, un figlio fortunato che è capitato nella famiglia giusta. E, proprio come un figlio che si sente privilegiato, era difficile dire di no alle richieste di un padre. Spesso di bassa manovalanza, altre volte di prestigiosi incarichi, in cui avevi ricevuto “la chiamata” e toccava a te tenere alto il vessillo del “movimento”.

Il coordinatore G aveva la responsabilità della sede locale di un’azienda importante, in cui ho lavorato per 2 anni, subito dopo la laurea.  Aveva un aspetto giovanile, amava molto scherzare e probabilmente si sentiva simpatico. G era la tipica persona a cui non riesci mai a prendere le misure. Se la volta precedente era stato confidenziale e delicato, la volta dopo poteva essere sbrigativo e brusco. Se ti aveva cercato lui interessandosi di un tuo problema personale, quando lo cercavi tu per chiedere com’era andata la sua visita medica si dimostrava scocciato per una richiesta inopportuna. Se lui ti diceva “ti chiamo dopo così ti spiego, stai tranquillo”, tu eri tranquillo che ti avrebbe chiamato 1 volta su 10. Il suo non era solo un carattere lunatico. Attraverso lo spiazzamento esercitava studiatamente un potere, che si marcava nella distanza tra lui che le cose le afferrava sempre al volo e tu che le capivi solo al secondo giro, sbagliando sempre la presa.

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