L’iniziazione

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2013
photo by Michael Carter

http://michaelwcarter.tumblr.com

 

Il concetto di “iniziazione” ci evoca immagini di riti tribali, che appartengono a società definite tradizionali, lontane da noi nel tempo e nello spazio. Le iniziazioni appartengono alla famiglia dei rituali, cioè a quelle situazioni in cui viene svolta una sequenza di azioni che sono pensate non con un fine pratico immediato, bensì per il significato simbolico che assumono. E così, per esempio, un giovane che era in età per poter essere considerato adulto, avrebbe avuto accesso a questo nuovo status solo attraverso il rito dell’iniziazione. L’antropologia culturale descrive tantissimi tipi di iniziazione, ma è interessante notare che, indipendentemente dalle azioni previste, ci sono elementi che si ripetono regolarmente. Essere iniziato significa essere innanzitutto privato dei propri punti di riferimento, per affrontare una situazione sconosciuta che mette alla prova in modo totalizzante ed estremo. Un esempio classico era il trascorrere una notte da solo nel bosco. Ma qual’è l’obiettivo di una simile prova? Banalmente potremmo pensare ad un’esibizione di coraggio fine a sé stessa, ad un confronto diretto e potente con l’emozione della paura.  In realtà lo scopo di questi rituali è la modificazione della coscienza. Attaverso lo schock dell’essere spogliati delle proprie certezze e del confrontarsi con una situazione nuova, imprevedibile e spesso pericolosa, la psiche di una persona viene seriamente provata e subisce un processo di profonda trasformazione. L’equilibrio viene investito da un’onda di tzunami, un po’ come nell’immagine che ho messo sopra. Si tratta di un “reset” che comporta un grande lavoro successivo di riassestamento e ricomposizione, il cui esito non è affatto scontato. La psiche rischia di soccombere e di frantumarsi, lo stato di confusione e disorientamento potrebbe durare a lungo e lasciare conseguenze pesanti: proprio come accade nei traumi di tipo emozionale. Se la persona supera la prova, se l’equilibrio ritrova un nuovo assetto, il cambiamento a cui si approda è davvero profondo: quella che cambia è la nostra coscienza, ovvero il nostro modo di vedere e interpretare ogni cosa. Noi stessi, gli altri, gli eventi che accadono e quelli che sono accaduti. Il nostro sguardo è irrimediabilmente diverso.

Oggi i riti di iniziazione non fanno più parte degli usi e costumi delle moderne società occidentali. Gli adolescenti se ne creano spesso in modo ingenuo e inconsapevole, attraverso i comportamenti di trasgressione e rischio, che vincolano al senso di appartenenza al gruppo dei pari: bere in modo esagerato, utilizzare sostanze, mettere in atto comportamenti pericolosi ed estremi. Senza sapere cosa stanno facendo, cercano forme di iniziazione, in cui recuperano preziosi pezzi di identità.

Spesse volte è la vita che ci costringe poi ad una iniziazione, quando lo tzunami arriva più o meno inaspettato e ci troviamo proprio come quel giovane nel bosco. Al buio, lontano dai riferimenti familiari, spaventati e persi. Penso a quando subiamo la perdita di una persona cara, o del nostro lavoro, per esempio. Quando ci separiamo per la fine di una relazione d’amore, quando si chiude una fase della nostra vita e siamo costretti a reinventarci e ripartire. Sono tutte iniziazioni. Da un lato c’è la fatica estrema, la paura di soccombere, i sintomi dello stress e del trauma. Dall’altro lato, se accetiamo la sfida e facciamo un buon uso della nostra crisi, c’è l’occasione di diventare persone nuove, di approfondire il nostro sguardo sulle cose, di aumentare lo spessore della nostra anima.

Per chi volesse approfondire la tematica dei rituali tradizionali e della loro funzione consiglio un testo classico di Antropologia culturale, che ho letto tanti anni fa quando preparavo la mia tesi di laurea. Si tratta de ” I riti di passaggio” di Arnold Van Gennep, edito da Bollati Boringhieri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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