La natura odia il vuoto

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Ho scattato questa foto in un luogo che mi affascina molto. E’ il parcheggio abbandonato di un grande edificio che, fino ad alcuni anni fa, era la sede centrale di un’importante banca. Ci passo davanti tutti i sabati, mentre porto i bambini in piscina. Ogni volta mi soffermo un po’ ad osservare, curioso di come la natura sia maestra nel riprendersi ciò che l’uomo le ha sottratto, per sua necessità e per i suoi progetti. Il concetto che la natura odia il vuoto, nel senso che tende a riempirlo continuamente, è di derivazione aristotelica, ma è stato ripreso, reinterpretato e utilizzato anche in politica, nella fisica, così come nel campo dell’arte.

Mi interessa parlarne, perché anche nell’ambito delle relazioni umane credo che il vuoto non resti tale a lungo. Vi sarà capitato di trovarvi in compagnia con un gruppo di persone e di non riuscire ad inserirvi in nessun modo nella conversazione. Di avere la sensazione che le parole, o forse qualcosa di più intangibile, occupi uno spazio tale da non consentire nessun intervento da parte vostra.  A me è capitato. Arrendendomi a quell’evidenza, mi sono accorto di quanto gli altri, ognuno con il suo carattere e il suo modo di fare, avessero in comune una specie di urgenza comunicativa e partecipativa, che aveva un volume invisibile ma più che mai concreto. Non lo vedevo ma lo sentivo, ne misuravo la consistenza ogni volta che fallivo nel tentativo di dire qualcosa. Nella relazione c’è uno spazio condiviso e, se qualcuno lo occupa tutto, può far sentire l’altro davvero bloccato, persino invaso.

In altri casi vi sarà capitato di avere a che fare con una persona decisamente timida, dimessa, magari persino intimorita. La paura fa contrarre e produce un ritiro dell’energia vitale, evidente nel corpo; le mani si raffreddano per questo motivo e diventano sudate, per il fenomeno di evaporazione che ne consegue. Un ritiro che riguarda anche lo spazio della relazione. Normalmente non credo di essere invadente, o almeno mi impegno per non esserlo. Ma quando mi trovo davanti a qualcuno che è molto chiuso e timido, mi accorgo che mi viene spontaneo “andare verso”. Mi sento istintivamente portato a occupare lo spazio lasciato vuoto davanti a me con delle parole, con un atteggiamento deciso su cui mi sento di dover vigilare: se mi lascio andare potrei diventare invadente. Qualcosa in me tende ad occupare quel vuoto.

Alcune persone hanno difficoltà a gestire i confini del loro spazio personale, esponendosi a frequenti saccheggi. Qualcuno ha subito queste invasioni per tanto tempo e ora le vede come normali. L’esperienza di un abuso subito rompe i nostri confini invisibili, rende fragili e incapaci di riconoscere innanzitutto e poi difendere il proprio territorio psicologico ed emotivo. Si può imparare a riconoscere quello che accade e  dargli il giusto nome, prendere coscienza dei propri diritti umani. Sentirsi profondamente nel giusto, mentre si difende il proprio spazio e la propria integrità.

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